Riepilogo
Questa lezione insegna la citazione in nota, che è la tradizione della filosofia, della storia, del diritto e della filologia. Ne spiega la logica, una prima nota con il riferimento completo e poi note abbreviate, con le abbreviazioni latine ibidem, opere citato, loco citato e idem; percorre gli stili della famiglia verbose di biblatex, che la automatizzano, e mostra che cosa stampa ciascuno in italiano; insegna a usare \autocite con essi e a rispettare la norma italiana che colloca il richiamo prima del segno di punteggiatura; presenta brevemente gli stili di biblatex-philosophy; spiega come si citano le fonti classiche secondo i loro riferimenti canonici (le pagine di Stephanus in Platone, i numeri di Bekker in Aristotele, la paginazione dell’Accademia e delle edizioni A e B in Kant, il capitolo e il versetto nella Bibbia), con sigle proprie e il loro elenco; mostra come si registrano le traduzioni e l’edizione originale; e termina separando le fonti dalla bibliografia secondaria.
Obiettivi di apprendimento
- Spiegare la logica della citazione in nota e il senso di ibidem, opere citato, loco citato e idem.
- Scegliere tra gli stili verbose, verbose-ibid, verbose-note e verbose-trad, e prevedere che cosa stampa ciascuno in una sequenza di citazioni.
- Usare
\autocitecon gli stili in nota in modo che il richiamo resti prima del segno di punteggiatura, come vogliono le norme redazionali italiane. - Citare un’opera classica secondo il suo riferimento canonico, senza che biblatex vi anteponga un’abbreviazione di pagina che non le spetta, e dichiarare sigle con il loro elenco.
- Registrare una traduzione con il suo traduttore e con i dati dell’edizione originale, sapendo quali campi stampano gli stili standard.
- Separare in due elenchi le fonti e la bibliografia secondaria mediante parole chiave.
La citazione in nota
Nella lezione precedente si è visto che una citazione può stare nel testo, come nei sistemi autore-anno o numerici, oppure in una nota a piè di pagina. Le discipline umanistiche preferiscono la nota per una ragione di fondo: il loro testo discute con altri testi, e una citazione tra parentesi a ogni riga interrompe questa discussione. La nota toglie il riferimento dal corpo del testo, come si è visto per le note in generale nella lezione su note, citazioni e versi, e lascia il testo pulito.
Ora, se ogni nota ripetesse il riferimento completo, il piede della pagina si riempirebbe di dati editoriali ripetuti. La tradizione ha risolto il problema con una regola di economia: la prima volta che si cita un’opera, la nota dà il riferimento completo (autore, titolo, traduttore, editore, luogo e anno); le volte successive, una forma breve che basta a identificarla, di solito il cognome dell’autore e un titolo abbreviato. Le note ripetute si abbreviano ancora di più con quattro espressioni latine:
- ibidem, «nello stesso luogo»: la stessa opera della nota immediatamente precedente;
- opere citato, «nell’opera citata»: l’opera di quell’autore già citata in precedenza, anche se non nella nota precedente;
- loco citato, «nel luogo citato»: la stessa opera e, inoltre, lo stesso passo;
- idem, «lo stesso»: lo stesso autore della nota precedente, con un’altra opera.
La tradizione italiana aggiunge ivi, che rinvia alla stessa opera della nota precedente ma a un’altra pagina, riservando ibidem alla stessa opera e alla stessa pagina, e scrive cit. dopo il titolo abbreviato al posto di opere citato. Ne segue che una nota breve ha senso solo in relazione alle precedenti: «ibid.» non dice nulla di per sé, se non «lo stesso di sopra». Perciò chi scrive queste note a mano deve rifarle ogni volta che aggiunge, sopprime o sposta una citazione, perché la prima comparsa di un’opera può cambiare posto e un «ibid.» può finire sotto una nota che non è più quella a cui rinviava. È esattamente il tipo di lavoro che conviene lasciare alla macchina.
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